Benvenuti a Castronuovo di Sant'Andrea (Pz)

Provincia di Potenza paese della Lucania ab.1515 altitudine m.650 CAP 85030

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IL BRIGANTAGGIO

 

Sulle cause e lo sviluppo del brigantaggio nel secolo scorso sono fiorite tantissime opere, con conclusioni a tutt'oggi non univoche, a conferma della complessità del fenomeno.

Pertanto, non tenteremo alcuna elaborazione generale, ma solo qualche considerazione legata alla realtà locale. Dove ci sembra che il fenomeno del brigantaggio (soprattutto quello post unitario che fu molto intenso e duraturo) tragga origine dal disagio conseguente al passaggio traumatico da un ordine politico ad un altro. Disagio che acuiva il problema della sopravvivenza nelle classi più umili.

Nel periodo post unitario subirono le conseguenze negative del cambiamento principalmente i soldati sbandati del disciolto esercito borbonico, che a Castronuovo erano numerosi e senza prospettive e manifestavano il loro malcontento nelle vie del paese e nelle botteghe; nonché i giovani chiamati per la prima volta alle armi con la leva obbligatoria (decreto del 17.2.1861), costretti a lasciare i lavori dei campi per adempiere ad un dovere che non capivano.

La massa, inoltre, odiava i galantuomi «per angarie che si commettevano in suo danno» (vedi cap. precedente). Galantuomini che, in pratica, rappresentavano il nuovo regime e probabilmente non usavano il potere con la dovuta moderazione.

La propaganda degli emissari e 'degli amici della passata dinastia completò l'opera, presentando i liberali come nemici della fede e assicurando premi ed onori ai rivoltosi. I quali, essendo costituiti essenzialmente da contadini nullatenenti, poveri artigiani e soldati sbandati, si sacrificarono per combattere un Governo «usurpatore» che aveva reso più insostenibile il loro stato di miseria; e qualche volta furono eliminati dai loro stessi antichi protettori, che nel frattempo si erano convertiti al nuovo ordine politico. Dopo questa breve considerazione, passiamo ad esaminare le origini e la dinamica dei singoli episodi criminosi a Castronuovo, chiarendo che la parola «brigantaggio»ha un significato «storico» e non «morale».

     Quando si manifestò per la prima volta il brigantaggio a Castronuovo?

     Certamente ebbe inizio nel «decennio francese», anche se non mancano atti di rivolta antisociale organizzata nei secoli XVII e XVIII, che però passavano sotto forma di delinquenza comune per la cultura del tempo. Si richiamano, al riguardo, gli episodi segnalati in precedenza.

Dopo i moti antifrancesi del 1806, alcuni insorti di Castronuovo, come già riferito, si dettero alla guerriglia, utilizzando per rifugio e zona di operazione i boschi del paese. In una «mappa di tutti i Briganti, di quelli che sono in campagna, degli arrestati e dove si trovano, di quelli molti in campagna, dei giustiziati e dove sono stati giustiziati», inviata dal Governatore del Circondario di Chiaromonte al Tribunale Straordinario della Calabrie e Basilicata in Matera, si rileva - per il periodo novembre 1806 / giugno 1808 - questa situazione per Castronuovo:

presentati: Nicola di Andrea di Ciancia, Mastro Vincenzo Mangino, Pasquale Guglielmello, Giuseppe Libertino, Giuseppe Andrea Arbia, Andrea La Mensa, Giuseppe Schettino, Vincenzo Bellizio, Francesco Paolo Appella;

erano ancora in campagna: Vincenzo di Lorenzo, Biase Livuro e Lucantonio Arbia; era morto in campagna: Andrea Graziano; erano stati giustiziati: Giambattista Appella, Giuseppe Marino e Andrea di Giuseppe Sario (in San Chirico); Nicola di Pasquale Ciancia e Andrea Cirigliano (in Matera); e Giovanni di Ciancia (in San Giorgio).

 

La ribellione, comunque, durò almeno fino al 1810/1811. Tanto si evince dal budget comunale del 1812, dove, al n. lO del cap. I (introiti), sta scritto che il terratico di Pellegrina viene accresciuto sul motivo che, essendo terminato il brigantaggio, si prevedeva un maggior concorso di coloni a seminare). I boschi di Castronuovo (Montagna e Pellegrina) offrirono asilo a molte comitive di briganti in ogni tempo.

Anche sotto i Borboni gruppi di briganti operarono in questa zona. Nel giugno 1830 furono quivi aggrediti e rapinati da una comitiva composta da 4 a 8 briganti: un mulattiere di S. Chirico R. diretto a Terranova; Vincenzo di Stefano di Spinoso, che si recava a Senise; due naturali di Saponara; il guardaboschi di Castronuovo, Nicola Falcone, che fu disarmato; tre donne di S. Chirico R. (due maritate e una nubile), che tornavano da Calvera e che furono violentate.

Nei giorni successivi (20 giugno) furono arrestati dai contadini di s. Chirico R. due persone che cavalcavano i muli rubati alle vittime e che si chiamavano Luigi Laurino e Germano Pascaretti di Montemurro ma originari di Tito. Costoro si difesero, affermando di essere stati aggrediti essi stessi dai banditi nel bosco di Castronuovo e di aver ricevuto da loro le bestie. Messi a confronto con le donne, furono riconosciuti per due dei tre che avevano abusato di loro.

Dalla processura istruita risultò che fecero parte della comitiva annidata nel suddetto bosco altri naturali di Montemurro (G. M. Liguori, M. Mazziotta, R. Sinisgalli), che furono tutti incarcerati e tra­dotti innanzi la Corte Militare.

Questa, con decisione del 27.5.1831, si dichiarò incompetente e rimise gli arrestati alla Gran Corte Criminale; la quale, nel prosieguo dell'istruttoria, confermò l'arresto di Laurino e Pascaretti; dichiarò che M. Mazziotta fosse abilitato per lo stupro in persona della 3' donna, che Sinisgalli fosse scarcerato ed estinta l'azione per il defunto G. M. Liguori.

La Gran Corte Criminale, 1'1.5.1833, condannò Laurino e Pascaretti ad anni 14 di ferri e dispose che si procedesse con separato giudizio contro M. Mazziotta, che aveva altre imputazioni.

 

Il brigantaggio postunitario. La banda Marino

 

Dopo la manifestazione sediziosa del 20 ottobre 1860 e il tentativo di reazione dell'aprile 1861, che significavano un forte attaccamento della massa al passato Governo, alcuni elementi - allettati dalle voci di un imminente ritorno di Francesco II - si diedero a scorrere la campagna in armi.

Uno dei primi a sfidare la nuova classe politica fu quell' Alessandro Marino che, nell'aprile 1861, aveva manifestato chiaramente la propria insofferenza verso le autorità, dichiarandosi pronto ad andarsene nel bosco.

Soldato sbandato non presentatosi, fu arrestato e tradotto nel carcere di Chiaromonte, da dove evase la notte tra il 31 luglio e il l0 agosto 1861, assieme a Giovanni Rosito, Mariano Vitale, Salvatore Darino, Raffaele Appella, Giuseppe Andrea Darino, Francesco Ciancia, tutti di Castronuovo, meno i primi due che erano di S. Severino L.'.

Dopo aver trascorso la notte successiva nelle vigne in riva al fiume Sinni, si divisero.

Alessandro Marino organizzò una propria banda, della quale fecero parte diversi elementi di Castronuovo e di altri paesi; cominciò a scorrere la campagna, utilizzando come basi e nascondigli i boschi di Castronuovo, Battifarano, Sicileo e Magnano.

La sua attività, in base agli atti processuali reperiti, inizia nell'agosto 1861. In tale mese, passò per la masseria di Pasquale Appella con il compaesano Vincenzo Ferrante e un altro forastiero, prendendosi due pani. L'Appella informò il Capitano della G. N. di Castronuovo, ma si buscò una denuncia del Sotto prefetto di Lagonegro (4.11.1861) e l'arresto sotto l'accusa di volontaria somministrazione di alloggio e viveri a malfattori e di ritenzione di un fucile senza legale permesso.

Nello stesso mese, sembra che A. Marino se ne stesse nascosto nella cd. Grottella della Grattosa, nel bosco Montagna e Pellegrina, ove avrebbe ricevuto sigari, tabacco, liquore e altri oggetti e ottenuto la riparazione di scarpe per sè ed altri dal calzolaio Andrea Carito di Castronuovo, che fu imputato di associazione a malfattori e somministrazione a medesimi di viveri.

Nel mese successivo, A. Marino, con la sua banda composta da Giuseppe Andrea Darino, Salvatore Darino, Raffaele Appella, Vincenzo Ciancio, tutti di Castronuovo, e Giovanni Giovinazzo alias Mannino di Castelsaraceno, si fermò 7/8 giorni nella Montagna di Battifarano (Montagnola), ove cercò di reclutare Nicola Bianco di Episcopia con l'assicurazione che «fra giorni sarebbe tornato Francesco II Borbone e cosi tutti perdonati si sarebbero presentati».

La comitiva, che si provvedeva di pane e altro dalle vicine case di campagna, fu ingrandita indi a poco da un'altra banda composta da Nicola Damiano e Antonio Franco di Francavilla, Caianello di Sanseverino e Giovanni Marino alias Scandillo di Castronuovo e tutti si trasferirono nel bosco Sicileo di Senise.

Durante la permanenza nel bosco Sicileo, i briganti sequestrarono, il 7 settembre 1861, Francesco D'Alascio, cognato di don Giustiniano La Cava.                                                                                                                                            ­

Francesco D’Alascio, di anni 30, massaro, deponendo davanti il Giudice Camillo Motta in Chiaromonte, il 17 settembre 1861, dichiarò di essere stato aggredito e percosso in un giorno di sabato, nei principi di settembre, da sei persone armate di fucile, mentre si recava nella sua masseria, in contrada Muccino; e di essere stato condotto nel bosco di Castronuovo, ove fu tenuto nascosto in un fosso fino alla sera. Alle ore 24 fu condotto da quella banda, alla quale si erano uniti altri 4 individui, verso il bosco Fiego di Chiaromonte, da dove passarono nell'altro bosco detto Sicileo nel tenimento del Comune di Terranova, ove fu trattenuto la domenica e il lunedì. Qui sopraggiunsero altri 3 individui. Nel passaggio dal bosco di Castronuovo al Sicileo, vide altri sei o sette individui che seguivano a poca distanza gli altri dieci armati, ma che non riconobbe, supponendo che fossero suoi paesani, i quali restavano lontani per non farsi riconoscere. Giunti nel bosco Battifarano, questi ultimi vi rimasero.

Fra i primi sei che catturarono il dichiarante, vi era un di lui paesano, Giovanni Marino, alias Scandillo, il quale nel bosco di Battifarano, raccomandato il D'Alascio agli altri nove compagni perché non lo maltrattassero, si congedò restando colà. Quindi nel Sicileo erano nove gli individui che lo tenevano sequestrato.

Verso la mezzanotte del lunedì, la comitiva anzidetta catturò due viandanti che passavano per il bosco Sicileo, sequestrando loro armi, cavalcature e danaro.

All'alba del martedì, la comitiva fu attaccata dalla G. N. di Senise, S. Costantino e Terranova e il D'Alascio, approfittando di un momento di libertà, si mise in salvo dopo aver rischiato di essere ucciso dalle Guardie. Il predetto si accompagnò alla G. N. di Senise e notò che uno dei militi portava sulla punta di una mazza la testa di un brigante.

Aggiunse che, nel primo giorno della cattura, nel bosco di Castronuovo sopraggiunse il suo paesano Alessandro Marino, che gli mostrò una lettera del suo padre naturale D. Camillo Villani, con la quale lo esortava a non fare del male ad esso D'Alascio. Il Marino soggiungeva che se fosse stato preso dalla sua compagnia lo avrebbe liberato; ma, poiché era stato sequestrato da un'altra compagnia, non poteva fare altro che raccomandarlo al caporale di essa, per nome Antonio. Ma doveva pagare il riscatto, se voleva salvarsi. Dopo questa esortazione, A. Marino andò via, nè il dichiarante lo vide posteriormente. La richiesta di riscatto per 6.000 ducati fu inoltrata alla sua fami­glia per mezzo di un mulattiere.  Il 12 settembre 1861, in un conflitto a fuoco con la G. N. di San Severino l., furono arrestati alcuni componenti della banda Marino, tra i quali Salvatore Darino di Castronuovo, Francesco De Lia, Nicola Damiano e Prospero Marino, mentre un loro compagno, detto il Castelluccese, veniva ucciso. Francesco De Lia, soldato sbandato di Francavilla, dichiarò che il capo della comitiva (A. Marino) riceveva lettere, con promesse di aiuto, dalla famiglia Palma di Chiaromonte e l'appoggio di un monaco del Convento di S. Pasquale.

Anche Prospero Marino di Sanseverino dichiarò che, quando stava nel Sicileo, poche ore prima dello scontro con la G. N., il Caporale Alessandro Marino mostrò un pezzo di carta a Vincenzo de Luca, dicendo che veniva da un certo di Palma di Chiaromonte che lo invitava in quel paese con la comitiva, promettendo il sostegno dei suoi parenti e di un monaco di S. Pasquale; e tutti uniti avrebbero messo a sacco e fuoco Chiaromonte e altri paesi.

Un altro componente della comitiva dello stesso Marino, Vincenzo Antonio Martinetti di S. Chirico R., dopo l'arresto, dichiarava davanti al Giudice di S. Arcangelo che nel Sicileo la comitiva riceveva viveri da un galantuomo di Senise di cognome Crocco, dal quale arrivavano lettere di incoraggiamento per il prossimo ritorno di Francesco II.

Il 12 dicembre 1861 - secondo una testimonianza di Nicola Bianco  la banda di Alessandro Marino e di Scaliero di Latronico, che si era trasferita sulle sponde del Sinni, nel bosco Magnano, sequestrò ed uccise Giuseppe Buglione di Sanseverino L. Durante la permanenza nel bosco Magnano, Alessandro Marino, Nicola Scaliero, Alessandro e Giuseppandrea Appella, Nicola Maiorano disarmarono i guardaboschi Prospero Dursi di Chiaromonte e Paolo Cirone di Fardella.

       Nello stesso periodo, la banda Marino - composta di 13 elementi  fermò, in località Agromonte, tra Episcopia e Latronico, alcuni viaggiatori che si recavano a Lagonegro, tra i quali Francesco Mobilio di Calvera, poeta e patriota risorgimentale.

Il Mobilio si salvò dichiarando false generalità e fingendosi un perseguitato del nuovo e briccone Governo. Buon per lui che non fu riconosciuto da A. Marino, col quale aveva avuto un diverbio politico a Castronuovo.

Nel gennaio 1862, il Sindaco di Castronuovo fece arrestare, per misura di sicurezza, Maddalena Marino, Nicola Pasquale Darino e Maria Darino, onde conseguire la presentazione di Giuseppandrea Darino (brigante germano dei Darino) e di Alessandro (figlio della Maddalena), coi quali erano in relazione. L'inquisitore accertò che Giuseppandrea Darino si recava spesso nella masseria del padre per cambiarsi gli abiti e l'imputata Maria Darino disse che ella non avrebbe a qualsiasi costo consigliato il fratello brigante di presentarsi, giacché reputava di mandarlo ad una sicura fucilazione.

La Marino si muoveva spesso e di giorno e di notte a rintracciare il figlio brigante Alessandro Marino, per dargli i panni puliti, viveri ed altro. Insinuata a far presentare il figlio, rispondeva che non gli avrebbe mai ciò consigliato e che se ella veniva arrestata per misura di polizia non se ne curava, giacché non la potevano trattenere più di 15 giorni, come si era praticato altra volta.

La Sezione d'accusa della Corte d'Appello di Potenza, vista la relazione degli atti a carico di Maddalena Marino, contadina, catturata il 21.1.1862 e imputata di somministrazione di ricovero, viveri ed altro a malfattori nell'anno 1861, nel tenimento di Castronuovo, veduti gli atti del processo e la requisitoria del Sostituto Procuratore Generale, atteso che per i germani Darino l'abolita Gran Corte Criminale aveva già provveduto nell'avere ordinato la loro scarcerazione pel detto crimine con decisione del 24.3.1862, all'unanimità dichiarò non farsi luogo a procedimento penale a carico di Maddalena Marino e ordinò che fosse rilasciata in libertà il 22.5.1862.

Maddalena Marino si mostrò una madre premurosa ed indomita, perché fece il possibile per rifornire il figlio di viveri, sfidando le autorità di polizia, che non erano tenere con i parenti e i manutengoli dei briganti.

Si tramandano i sotterfugi usati per far giungere i viveri ai parenti briganti; ai quali veniva recapitato un «gummolo» (recipiente di terracotta per acqua) pieno di polenta: il destinatario, frantumato il recipiente, recuperava la polenta. Altre provviste viaggiavano nei cofani pieni di letame O).

A. Marino si spostava continuamente da un bosco ad un altro. Nel febbraio 1862 era di nuovo nel bosco di Castronuovo, da dove inviò una lettera al Sindaco di S. Chirico R. con l'invito a desistere dal perseguitarlo.

Nel sunto del processo contro A. Marino, capobanda di Castronuovo e compagni ignoti, imputati di attentato ad oggetto di cambiare e distruggere la forma attuale del Governo, si legge quanto segue:

Il 17 febbraio 1862, il Sindaco di S. Chirico R., D. Antonio Natale, presentava alla Giustizia una lettera scritta a lapis, a lui diretta, con la firma di «Alessandro Marino di Castronuovo, soldato di Francesco Secondo», il quale, con la divisa di soldato della cessata dinastia, diceva di sostenere la restaurazione che non avrebbe tardato oltre il seguente maggio ed aggiungeva minacce tendenti a fare in modo che la detta Autorità desistesse dalla pratica di perseguitarlo.

         Questa lettera era stata consegnata al Sindaco da una Guardia Nazionale, che l'aveva ricevuta da uno tra sei o sette ignoti briganti ritrovati nella Montagna di Castronuovo.

Nella lettera il Marino affermava di trovarsi in campagna per onore e per la fede e di non essere nè ladro nè traditore; diceva di essere ben somministrato da persone che non erano nemiche di Dio e chiamava i liberali gente senza onore e usurpatori.

Tra i componenti della comitiva di Marino, in questa occasione, c'erano Giuseppe Andrea Darino altrimenti Vigilante, Giovanni Marino detto Scandillo, entrambi di Castronuovo, nonché Giovanni Mancino di Castelasaraceno

Successivamente, Alessandro e Giovanni Marino, assieme ad altri re briganti, si spostarono nella çontrada Montagnola presso Battifarano, restando nascosti nelle grotte della masseria dell'arciprete G. S. de Marinis di Roccanova, che manteneva segreti contatti col Vescovo Acciardi in Napoli.

Giovanni Marino era Iì anche la sera del 24 giugno, quando nel vicino feudo di Battifarano fu ucciso con due colpi di fucile mastro Vincenzo Molinaro di Castronuovo. Alessandro Marino s'era già allontanato, tant'è che il 27.2.1862 compiva una grassazione a danno di G. N. Viceconte nella contrada S. Biagio di Francavilla e, qualche tempo dopo, sempre in agro di Francavilla, incendiava tre case rurali di una masseria in contrada Carratelli.

L'attività di Alessandro Marino (nato a Castronuovo il 16.6.1837) fu troncata la sera del 28 giugno 1862 nel suffeudo Vertunno, tenimento di Chiaromonte, con replicati colpi di fucile, da Beniamino de Palma, tenuto in odore di manutengolo dalla forza pubblica. La sua comitiva, in seguito, fu guidata da Giovanni Marino nel bosco Caliuvo di Roccanova; il quale Giovanni Marino fu ucciso nel tenimento di S. Martino d'Agri ed ebbe troncato il capo.

Quanto agli altri componenti della banda, G. A. Darino si presentò e fu rinchiuso nel carcere di Lagonegro; Salvatore Darino fu arrestato a Castronuovo, strada Trappeto, il 25.1.1865 e condannato a 16 anni di lavori forzati.

 

I briganti non furono uccisi soltanto dalla forza pubblica, ma anche dai privati. Francolino e Azate, infatti, caddero per mano dei fratelli Angelo e Giovanni Borneo.

 

Briganti intrusi

Due giorni dopo il sequestro di Francesco d'Alascio, alla famiglia fu spedita, come s'è visto, la richiesta di riscatto. La moglie del sequestrato, Maria Felicia La Cava, preparò la somma di 500 ducati e una somma di frutti di dispensa e la consegnò al fratello, D. Giustiniano La Cava, perché si adoperasse per ottenere la liberazione del cognato.

Don Giustiniano, che era pure Capitano della G. N., stimò di mandare ai briganti solamente la somma di 200 ducati ed i frutti di dispensa, sperando che ciò fosse bastevole per il riscatto.

Consegnò questa somma a due persone di sua fiducia, il calzolaio Andrea Carito e tale Vincenzo Continanza, a ciascuno dei quali dette metà della somma. A Vincenzo D'Orio e ad Andrea di Ciancia affidò un somaro carico di viveri. Tutti mossero da Castronuovo alle tre del mattino verso il luogo ove dovevano offrire il riscatto ai briganti (Sicileo).

Arrivati nel luogo detto Orto di Simone, in contrada Sammartino, furono aggrediti da due individui armati di fucili militari, che intimarono loro il faccia a terra.

I due individui, fingendo di essere i briganti sequestratori del D'Alascio, chiesero che somma portavano. Conosciuto !'importo (200 ducati), mostrarono d'inquietarsene e minacciarono di fucilare i portatori.

      Dopo averli fatti inginocchiare, come avessero voluto eseguire la minaccia, conchiusero che si consegnasse tutto il danaro che avevano.

Il Continanza consegnò il suo zaino, nel quale c'era metà della somma, mentre il Carito nascondeva l'altra metà che portava nel fazzoletto (99 ducati e 60 grana) sotto alcune pietre.

Gli aggressori, impossessatisi dello zaino od quale credevano si contenesse tutta la somma di due. 200, imposero al Carito, a Continanza e compagni di riprendere il loro cammino, senza tornare indietro.

Fatto un breve tratto, mentre il Carito tornava indietro a recuperare il danaro nascosto, il Continanza e gli altri rientrarono di corsa in paese per paura che i briganti, scoperto l'inganno, li inseguissero.

 

Il Carito riprese il fazzoletto con il danaro e all'indomani restituito tanto questa somma quanto i frutti di dispensa alla famiglia del sequestrato; il quale, per quella fortunata combinazione già esposta, in quello stesso giorno dieci settembre, ebbe l'opportunità di evadere dalle mani dei briganti e di ritornare sano e salvo in casa sua.

Il Carito e il Continanza, avendo riconosciuto negli aggressori Giuseppe Maria Giura (calzolaio) e Giuseppe Guarino (tintore), appena giunsero in paese, dettero l'allarme, fecero piazzare guardie innanzi all'uscio delle loro case e, quando quelli arrivarono (dalla parte superiore del paese), bagnati di copioso sudore, li fecero arrestare. Le perizie sulle impronte delle scarpe nel luogo della aggressione, il ritrovamento di una cannuccia di pipa appartenente ad uno dei due, l'interessamento dei predetti circa il riscatto nel giorno in cui pervenne la richiesta, il permesso chiesto al Tenente di ritirarsi dal Quartiere della G. N. dove facevano la guardia verso un'ora di notte perché stanchi, le testimonianze degli aggrediti e il riconoscimento del Giura da parte di Andrea di Ciancia inchiodarono i due.

Peraltro, il Guarino era stato condannato per furto qualificato a sette anni di ferri, il 7 maggio 1855 e a 4 mesi di prigionia, il 28 maggio 1854, per aver ferito proprio il suo complice, Giuseppe Maria Giura, nel settembre 1852. Quest'ultima circostanza neppure giovò alla difesa per inficiare le prove a carico dell'imputato; mentre le dichiarazioni del Continanza e del Carito, che avevano posto a rischio la loro vita per recuperare una parte della somma che portavano, e che restituirono puntualmente al proprietario, furono ritenute meritevoli di fede.

Con sentenza del 15 marzo 1862 Guarino e Giura furono riconosciuti colpevoli di grassazione e condannati, il primo, alla pena di 18 anni di lavori forzati, e il secondo, a 12 anni. A questa pena fu aggiunta la sorveglianza speciale della P. S. per anni 4, dopo l'espiazione26.

 

Altre bande

 

Durò poco più di 4 mesi la ribellione di Bulfaro Giuseppe di Castronuovo, il quale scorreva la campagna, muovendo dal bosco «Caccia» di Roccanova; qui, fu catturato il 3 giugno 1864 dal guardaboschi Pasquale Venosa in unione del Guardia Nazionale Raffaele Continanza. Il Bulfaro fu trovato in possesso di pistola, baionetta e molte cartucce

 

 

Il giorno dopo anche il brigante Andrea Graziano - che si era unito al Bulfaro da soli 7 giorni e si trovava nel bosco Caccia – si consegnò ad un guardiano di Prospero Fortunato e quindi al Sindaco di Roccanova Luciano Marotta; dal quale fu inviato alla Corte Speciale21.

Il 19 febbraio 1865, il Delegato di P. S. di Castronuovo rapportava al Giudice di S. Arcangelo che il giorno 8 dello stesso mese due donne di Castronuovo, recatesi nella Montagna del Comune a legnare, furono fermate da una masnada di 8 briganti; i quali le obbligarono a seguirli fino al punto detto Piano del Titolo, dove le stuprarono, togliendo ad una di esse gli orecchini.

Le donne, interrogate dal Giudice Francesco Monaco, dichiararono d'essere state violentate da 4 briganti; che non sapevano a quale banda appartenessero; che dal linguaggio usato sembravano nativi di Castello (Castelsaraceno).

Il Sindaco di Castronuovo, il 16 luglio 1865, riferì al Giudice di S. Arcangelo che, in base a quanto aveva potuto indagare, i briganti in questione appartenevano alla banda Cotugno e Cappuccino, alla quale era unito forse anche l'altro brigante soprannominato «Tira­canale».

       Il processo non ebbe luogo per difetto di indizi, non essendo giunta l'istruttoria a liquidare gli autori e complici del reato (15.12.1870)28. Un sequestro di persone con estorsione fu operato nel maggio 1866 dalla banda Florio nel tenimento di Castronuovo.

- Fatto - Il giorno 11 maggio 1866 cinque briganti della compagnia di Egidio Florio di Castelsaraceno avanzarono verso la masseria di F. P. Greco, nella contrada Galluzzi, sequestrando due figlie del medesimo, Maria Rosa e CaroIina, che erano nell'orto; mentre il Greco, stando avanti la porta del Molino del Marchese della Polla, si accorse del pericolo e fuggi. Due componenti della banda si diressero poi verso un'altra masseria nella contrada Nocaro, dove c'erano altre due figlie nubili del Greco, Anna Maria e Concetta, e un figlio maschio, Giovanni. Quest'ultimo pure fu sequestrato, mentre le due giovinette si salvarono, rifugiandosi in tempo nel solaio.

         Sopraggiunsero gli altri 3 briganti, i quali rilasciarono Maria Rosa e si allontanarono nel bosco portando seco Giovanni e Carolina.

         Dopo tre giorni, liberarono anche la ragazza, perché incomoda a menarsi nei boschi. Fissate le modalità dell'incontro per il riscatto (nella contrada Coccaro, in agro di Castelsaraceno, alle tre di notte), il Greco consegnò ad un emissario (D. A. Sbarra) un fiasco di vino oppiato e del granone da spargere per terra come traccia. Il concerto fallì, perché l'emissario arrivò in ritardo sul luogo dell'appuntamento e i briganti non si fecero trovare. Gli stessi successivamente liberarono il sequestrato Giovanni, dopo avergli reciso un orecchio.

Dei cinque briganti che presero parte alla cattura di Giovanni Greco furono liquidati soltanto il capo, Egidio Florio, il fratello Rocco e certo Nicola De Stefano, tutti di Castelsaraceno.

La banda di Egidio e Rocco Florio, con altri due elementi (Antonio lacovino alias Treppiedi e Antonio De Santo detto Cucchiararo), nel maggio 1866 sequestrò due persone, con conseguenze tragiche.

- Sunto - La sera del 27 maggio 1866, sei briganti, il capo dei quali era Egidio Florio, verso un'ora di notte, penetrarono nella masseria di Andrea Appella alias Ghiunghiarone, rovistarono la casa, rubarono moneta, oggetti e sequestrarono sia esso Appella, vecchio di 80 anni, che il nipote Vincenzo Durante e li menarono prima nel bosco di Castronuovo e poi in quelli di Castello e Latronico.

Nel 4 susseguente giugno recisero l'orecchio destro all'Appella solo perché non avevano ricevuto il danaro richiesto alla famiglia. Alle premure del corriere che faceva da intermediario, secondo il quale, essendo i fondi intestati all'Appella, non si potevano vendere senza la di lui presenza, venne questo rilasciato e ritenuto il solo Durante.

L'Appella, appena potè, spedì 300 ducati ai briganti, i quali non furono contenti e, per premurare la famiglia ad adempiere, recisero un orecchio al sequestrato e lo rimisero agli sventurati parenti. Ma, perché niente altro fu spedito a quella masnada per mancanza di mezzi, così il povero Durante non fu più rilasciato e di lui nulla si seppe nè dove fu ucciso. Secondo Appella, di quei sei briganti, 4 erano di Castelsaraceno e 2 di Viggiano.

Riconosciuti da Giovanni Greco, che in quello stesso periodo era sequestrato, i componenti della banda Florio furono accusati dal P. M. il 15.7.1871 davanti l'apposita Sezione della Corte d'appello di Potenza.

Il 30 aprile 1871, una compagnia di individui di Spinoso che si recava alla Fiera di Senise, attraversando il Bosco di Castronuovo, fu assalita da 4 malfattori armati di fucile e revolvers e depredata di danaro e viveri.

 

I briganti mandarono via tutti, ma trattennero sequestrato due persone per estorcere altro danaro.

Le persone mandate dalle famiglie per consegnare il riscatto, inve­ce di consegnare il danaro, avendo trovato con i sequestratori solo 2 briganti, saltarono loro addosso e uccisero uno dei briganti, mentre l'altro fuggì.

      Si accertò che si trattava di elementi di Marsicovetere, Marsiconuovo, S. Chirico R. e Alfano.

Un anno dopo, nelle campagne di Castronuovo, ad opera di una comitiva di ignoti malfattori, veniva tentata una estorsione con sequestro a danno di un cittadino di Castronuovo.

- Sunto storico - Il 22 maggio 1872, Giuseppe Caivano di Castronuovo S. A. riferiva alla Giustizia che il suo pastore Raffaele Risolia (detto Susanna), nel precedente mese di aprile, gli aveva comunicato che nel 17 del mese stesso, mentre custodiva le sue pecore nella contrada Celagresta, aveva veduto tre individui ignoti, armati di tutto punto, avvicinarsi alla sua masseria, sita in quella contrada e, dopo aver tentato di aprirne l'uscio col codasco del fucile, se ne andarono.

Dallo stesso Risolia poi seppe che i medesimi tre ignoti individui erano stati da lui veduti nel fosso Cannicello (ove si divertivano al gioco detto «sotto cappello»), poco distante dalla prefata masseria, nei giorni 19 e 20 del detto mese e gli avevano chiesto conto di esso Caivano e della sua fortuna.

Informati di ciò, i Reali Carabinieri, unitisi a molti militi della G. N. di Castronuovo, si conferirono in quel luogo, senza trovare nessuno. I testimoni non seppero confermare il racconto del Risolia.

Il G. I. di Lagonegro, su richiesta del P. M., dichiarò non farsi luogo a procedimento penale per difetto di indizi sugli autori

(28.11.1872)J.

 

Brigante se more

ammo pusate chitarre e tambure

Pecchè sta musica sadda cagnà

Simme brigante e facimme paura

 E ca scuppetta vulimme cantà.

 

E mo cantammo sta nova canzona

Tutta la gente se l'adda mparà

Non ce ne fotte du rre borbone

Ma a terra è a nosta e nun sadda tuccà.

­

Tutte e pais da Basilicata

Si so scetate e vonne luttà

Pure a Calabria mo se ruvutate

E sto nemiche o facimme tremma.

 

Chi ha visto o lupe e sé mise paura

Nun sape buone qual è a verità

O vero lupe che mangia e creature

E' o piemontese c'avimma caccià.

 

Femmine belle che date lu core

Si lu brigante vulite salvà

Nun o cercate scurdateve o nomme

Chi fa guerra nun tene pietà.

 

Omo se nasce, brigante se more

Ma fino all 'ultimo avimma sparà

E si murimmo, menate nu fiore

E na preghiera pe sta libertà.

 

 Storia di Castronuovo

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Ultimo aggiornamento: 03-09-06.